I numeri del fallimento del bypass coronarico con innesto venoso

I vasi coronaro-compatibili più utilizzati per la rivascolarizzazione del cuore ischemico mediante innesto di bypass coronarica (CABG) sono l’arteria mammaria interna (IMA), l’arteria radiale (RA) e la vena safena (SV). Ma, mentre la pervietà degli innesti arteriosi è relativamente ben conservata nel tempo, gli innesti venosi sono spesso soggetti a iperplasia intimale, che determina l’occlusione progressiva dell’innesto. In una percentuale tutt’altro che trascurabile di casi, ciò richiede il ricovero in ospedale con stent da innesto e, in definitiva, un nuovo intervento.

Più in dettaglio:

  • Il fallimento precoce (a 3 mesi), con insufficienza venosa causata da trombosi acuta, si verifica in ben il 18% dei casi;
  • il fallimento intermedio del trapianto (fino a 2 anni dopo l’intervento chirurgico) e il fallimento ritardato del trapianto (> 2 anni dopo l’intervento chirurgico), si verificano nel 20-50% dei casi a 5 anni;
  • entro 10 anni dall’intervento, il 40-43% degli innesti risulta completamente ostruito mentre il 30% presenta un flusso compromesso.

Malgrado ciò, sono proprio le vene safene autologhe i vasi più comunemente utilizzati per il CABG specie per la malattia coronarica multi-vasale, a causa della loro disponibilità, accessibilità e maneggevolezza.

L’occlusione del bypass ha un impatto negativo sulla qualità della vita dei pazienti e rappresenta un onere economico aggiuntivo per i sistemi sanitari. L’occlusione determina, infatti, la comparsa di angina e lo sviluppo di insufficienza cardiaca. Inoltre, la rivascolarizzazione degli innesti venosi occlusi è difficile e presenta un alto tasso di complicanze.

Tuttavia, comprendere l’eziologia e le dinamiche del rimodellamento dell’innesto e, in ultima analisi, del suo fallimento potrebbe consentire di prevenire la complicanza.