Fibrillazione atriale resistente: trattamento integrato aritmologico-chirurgico

La fibrillazione atriale è il tipo di aritmia più diffusa (ne soffre circa il 2% della popolazione in prevalenza maschile) e nonostante sia nella maggior parte dei casi benigna comporta uno sforzo del cuore che può portare nel tempo a scompenso ma soprattutto può dare origine a trombi che sono causa di ictus cerebrale (la complicanze più temibile della fibrillazione).

Ecco perchè è così importante trattare la fibrillazione nel modo più corretto e personalizzato per ogni paziente. L'intervento principe fino ad oggi è stata l'ablazione, una tecnica percutanea che riesce ad interrompere il segnale elettrico difettoso, ma che in alcuni casi non riesce a risolvere il problema definitivamente tant'è che dopo qualche tempo alcuni pazienti ripresentano aritmie- e si parla in questi casi di fibrillazione atriale cronica o resistente.

Al Centro Cardiologico Monzino di Milano è stata messa a punto una nuova tecnica. Ne parla il Prof. Gianluca Polvani, Direttore dell'Unità di Cardiochirurga 2 del Centro Cardiologico Monzino, che ha eseguito nell'ultimo anno quasi cento interventi su pazienti selezionati che non avevano risposto al trattamento di ablazione tradizionale con un successo dell'oltre il 90%.

La nuova tecnica consiste in un trattamento integrato aritmologico-chirurgico che si esegue in sala operatoria ibrida multifunzionale che prevede una prima fase di elettrofisiologia in cui sono effettuati in successione:

  1. un mappaggio elettroanatomico per individuare i focolai dove il segnale elettrico è alterato;
  2. un intervento di chirurgia mininvasiva in toracoscopia 3D e a cuore battente in cui, grazie a un device estremamente sofisticato che viene fatto passare intorno all'atrio, sono isolate le aree in cui il segnale elettrico è difettoso e trattate per ripristinare un ritmo regolare;
  3. un controllo elettrofisiologico per verificare l'avvenuto ripristino del ritmo, ma soprattutto che non vi siano neanche a livello di immagine dei focolai di attività elettrica nelle aree trattate;
  4. un eventuale ritrattamento mirato, nel caso siano rimasti dei piccoli foci ancora in grado di provocare fibrillazioni.

La video-intervista è stata realizzata da "Medicina e Informazione"