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Identificato il biomarcatore all'origine dell'occlusione del by-pass

La scoperta del Centro Cardiologico Monzino apre la strada a cure su misura

9 Giugno Giu 2020 0000 3 months ago
  • Marina Camera - Elena Tremoli

Identificato il biomarcatore in grado predire, paziente per paziente e prima dell’intervento chirurgico, il rischio di occlusione del bypass aortocoronarico impiantato, fornendo al cardiochirurgo lo strumento per ottimizzare la terapia farmacologica e quindi il risultato dell’operazione.

La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista JACC, Journal of the American College of Cardiology, è il risultato di una ricerca condotta da Marina Camera, responsabile dell’Unità di Biologia cellulare e molecolare cardiovascolare presso il Centro Cardiologico Monzino e Professore di Farmacologia presso l’Università degli Studi di Milano.

Il rischio di occlusione del bypass

L’occlusione del bypass a un anno dalla chirurgia si verifica in circa il 20-25% dei pazienti, malgrado l’assunzione della terapia antiaggregante piastrinica a base di aspirina. «Il problema - come spiega la Prof. Camera - è capire in anticipo chi appartiene a quella percentuale, per poter eventualmente somministrare una doppia terapia antiaggregante. Sappiamo infatti da studi recenti che somministrare più di un antiaggregante piastrinico, generalmente due, è più efficace nel prevenire la chiusura del bypass, anche se ciò potrebbe esporre maggiormente il paziente al rischio di sanguinamento. Questi farmaci pertanto non devono essere somministrati a tutti indiscriminatamente, il loro impiego gioverebbe di un approccio personalizzato».

I «postini biologici»

I ricercatori hanno scoperto che un insieme specifico (o “firma molecolare”) di microvescicole, particelle infinitesimali che vengono rilasciate dalle cellule dei vasi sanguigni e del sangue, rispecchia uno stato di attivazione delle piastrine e di produzione di trombina, due condizioni favorevoli ai processi che portano all’occlusione del bypass. «La nostra ricerca - dichiara la Prof. Camera - ha dimostrato come sia possibile “pesare” il rischio di occlusione del bypass aortocoronarico attraverso lo studio delle microvescicole, particelle infinitesimali utilizzate da ogni cellula per la comunicazione con le altre cellule, come se fossero “postini biologici”. Le microvescicole sono riconducibili alle cellule di origine e, proprio per questo, sono in grado di segnalare un’alterazione dell’organo o tessuto da cui provengono, studiandone la quantità circolante e il loro contenuto.

Un nuovo biomarcatore

Sfruttando la biobanca di plasmi - continua Marina Camera, nella foto accanto insieme al suo gruppo di ricerca - costituita durante l’arruolamento di 330 pazienti sottoposti a bypass, abbiamo dimostrato come la presenza di una determinata combinazione di microvescicole (firma molecolare), fosse associata a occlusione del bypass a un anno dall’intervento. I dati raccolti evidenziano che, a parità di fattori di rischio, i pazienti con bypass occluso avevano un numero da 2 a 4 volte superiore del nuovo biomarcatore, cioè la firma molecolare di microvescicole, e una maggiore capacità coagulante rispetto ai pazienti con bypass non occluso».

Un passo avanti per terapie su misura

La firma molecolare individuata rispecchia dunque una maggiore attivazione delle piastrine che, aggregandosi, possono formare trombi all’interno del bypass e generare molecole di trombina. Questa proteina, oltre al suo ruolo nella coagulazione, può promuovere infiammazione e processi di proliferazione cellulare che inducono l’occlusione del bypass. «Il nostro studio offre uno strumento reale per personalizzare il trattamento farmacologico – conclude la Prof.ssa Camera – perché il nuovo biomarcatore può aiutare il cardiochirurgo nella scelta del paziente da trattare con terapia antiaggregante più intensa e in quale misura. Ora i risultati andrebbero confermati in uno studio più ampio e multicentrico. Noi al Monzino siamo già pronti ad intraprendere questo nuovo studio perché disponiamo di un laboratorio tecnologicamente avanzato e di un team di ricercatori formati a un dialogo e a una collaborazione permanente con i clinici».


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Link al paper: https://www.onlinejacc.org/content/75/22/2819

References: Journal of the American College of Cardiology, Volume 75, Issue 22, June 2020 DOI: 10.1016/j.jacc.2020.03.073