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Quando la protesi valvolare si distacca…

Al Monzino per la prima volta in Italia intervento mininvasivo con un nuovo dispositivo. Una rivoluzione per molti pazienti

21 Gennaio Gen 2015 0000 4 years ago
  • Alamanni F. - Bartorelli A.

Al Monzino saranno eseguiti oggi, per la prima volta in Italia, i primi interventi che utilizzano un nuovo dispositivo per la riparazione mininvasiva, a cuore battente, dei distacchi parziali delle protesi valvolari cardiache, i cosiddetti “leak paravalvolari”.

Gli interventi, ad elevata complessità tecnica saranno condotti dal Prof. Francesco Alamanni, Direttore della Chirurgia Cardiovascolare e dal Prof. Antonio Bartorelli, Direttore della Cardiologia Interventistica, alla guida di un team integrato di cardiochirurghi, ecocardiografisti, cardiologi ed anestesisti.

 

Solo in Europa ogni anno vengono impiantate 210.000 protesi valvolari per la sostituzione della valvola aortica o mitralica. In alcuni di questi casi - la percentuale oscilla tra l’1 e il 5 per cento, con un’incidenza più elevata per quella mitralica – il paziente col tempo può andare incontro a un distacco limitato della protesi: è appunto il leak paravalvolare che, se di grado severo, spesso richiede un nuovo intervento chirurgico.

 

«L’intervento di oggi - dichiara Antonio Bartorelli- rappresenta per molti pazienti una rivoluzione: la chiusura del leak paravalvolare con un dispositivo impiantabile inserito per via transcatetere è infatti l’unica strada percorribile per i pazienti troppo fragili e ad alto rischio per essere candidabili a chirurgia».

 

«Non sempre infatti è possibile procedere chirurgicamente, sostituendo la valvola o risuturandola - spiega Francesco Alamanni - perché in molti casi si tratta di malati complessi, sottoposti a plurimi interventi cardiochirurgici, spesso affetti da altre malattie, e dunque con un aumentato rischio di mortalità perioperatoria».

 

Questo intervento è un ulteriore esempio di come al Centro Cardiologico Monzino, grazie al continuo sviluppo delle tecnologie da un lato, e ad un approccio effettivamente integrato tra cardiochirurghi e cardiologi dall’altro, il trattamento chirurgico delle cardiopatie complesse e dei pazienti ad alto rischio stia evolvendo verso una riduzione dell’invasività.