La depressione, un nemico della salute del cuore
La conferma arriva dagli studi più recenti. Il commento di Elena Tremoli, direttore scientifico del Monzino
Essere depressi può far male anche alla salute cardiovascolare. Lo confermano recenti studi scientifici internazionali, suggerendo così un legame tra cuore e cervello, al punto che l’Associazione dei cardiologi americani, ha deciso di inserire ufficialmente la depressione tra i principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, insieme a colesterolo, diabete, fumo e obesità.
«Un recente studio conferma questa evidenza e la trasforma in raccomandazione per tutti i medici» - spiega Elena Tremoli, direttore scientifico del Monzino - «Siamo abituati a pensare che per proteggere la salute del cuore sia sufficiente praticare uno stile di vita sano e tenere sotto controllo parametri classici come la pressione arteriosa e il colesterolo. Indubbiamente questi aspetti sono importanti, ma non gli unici da tenere in considerazione. Il cuore infatti non vive da solo, ma è legato anche al sistema nervoso. E se per qualche ragione questo va in tilt, può danneggiarlo».
Attualmente la scienza non ha ancora individuato una spiegazione univoca che spieghi il legame tra depressione e infarto: «Probabilmente nelle persone che soffrono di depressione esistono meccanismi biologici alterati capaci di influire sulle piastrine del sangue, e di conseguenza sulla salute del cuore». Ma ciò può non bastare, conclude Elena Tremoli: «Non dimentichiamo infatti che chi è depresso in genere ha meno cura di sé, pratica attività fisica ridotta e rischia di abbandonarsi a cattive abitudini alimentari o al fumo di sigaretta. Tutti comportamenti negativi per il sistema cardiovascolare».
La depressione è un disturbo dell’umore che può essere spesso invalidante, coinvolgendo sia la sfera affettiva sia quella cognitiva della persona, e influendo negativamente sulla sua vita di relazione. La prevalenza del disturbo depressivo maggiore in età adulta è stimata essere del 10-25% nelle donne e del 5-12% negli uomini.