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Bypass coronarico, l’intervento comporta dei rischi maggiori per le donne?

Ce lo spiega il Prof. Marco Agrifoglio

7 Marzo Mar 2024 0000 one month ago
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    Marco Agrifoglio

    RESPONSABILE Ambulatorio EcocolorDoppler cardiovascolare, Unità Semplice di Cardiochirurgia post-intensiva

    STAFF MEMBER Monzino Women

    EQUIPE MEMBER Dipartimento di Chirurgia cardiovascolare

L'intervento di bypass aorto-coronarico (Cabg) è considerato il trattamento di scelta nei pazienti affetti da coronaropatia multivasale, perché ripristina il flusso sanguigno nelle coronarie ammalate. Le ostruzioni vengono «bypassate» grazie all’utilizzo di arterie prelevate del paziente stesso, localizzate nel torace (arterie mammarie) o nell’avambraccio (arteria radiale) e/o nelle gambe dei pazienti (vena safena).

Ma quali sono i fattori di rischio?

«Studi recenti, valutando l'impatto del sesso sugli esiti del Cabg, hanno dimostrato che le donne hanno una mortalità e morbidità peggiori sia a breve che a lungo termine – dichiara il Prof. Marco Agrifoglio, Responsabile dell’Ambulatorio Ecocolordoppler cardiovascolare del Monzino –. Tali differenze risultano spiegabili dal fatto che al momento della diagnosi e dell’eventuale intervento chirurgico, le pazienti di sesso femminile presentano maggiori fattori di rischio preoperatori (pregresso infarto miocardico, ipertensione arteriosa, diabete, malattia vascolare periferica e cerebrovascolare). Queste pazienti, inoltre, si presentano tardivamente in Pronto soccorso con sintomi differenti e più gravi e un dolore di lunga durata. Anatomicamente i vasi coronarici hanno un calibro inferiore e quindi più difficili da operare».

Per le donne serve un approccio multifattoriale

«È stato inoltre constatato che viene eseguito un numero inferiore di Cabg sia arteriosi che venosi e che il rischio di chiusura del bypass rispetto agli uomini è aumentato – continua il Prof. Marco Agrifoglio –. Tali differenze si osservano anche dopo Pci, dove le donne mostrano un rischio maggiore di eventi cardiovascolari avversi a 5 anni rispetto agli uomini dopo la procedura cardiologica. La riduzione della mortalità nelle donne dopo Cabg richiede probabilmente un approccio multifattoriale valutando rischio, presentazione clinica, diagnosi, patologia della malattia coronarica e la terapia operatoria per differenze di anatomia (coronarie di piccolo calibro), microcircolo (coronarie con maggiore vasospasmo)».

È importante, al fine di migliorare i risultati, che nelle donne la procedura di Cabg sia scrupolosamente eseguita da cardiochirurghi esperti in chirurgia coronarica e soprattutto nell’uso dei condotti arteriosi (arterie mammarie, radiali) rispetto alla vena safena, che presenta tassi di chiusura superiore (50% a 10 anni).

«Gli attuali protocolli diagnostici e terapeutici per la rivascolarizzazione coronarica sono tutti basati su studi condotti prevalentemente in pazienti uomini (>80%), dimostrandosi inadeguati per le donne – conclude il Prof. Marco Agrifoglio –. Si spera che gli studi prospettici come il ROMA («Randomization of single vs. multiple arterial grafts in women») forniranno dati importanti sulla strategia chirurgica ottimale per le donne sottoposte a Cabg e una risposta definitiva a questo dibattito».