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Il ruolo della bicicletta nella salute cardiovascolare

L'importanza dell'educazione alla prevenzione primaria e secondaria sul territorio

19 Aprile Apr 2015 0000 11 years ago
  • Pietro Palermo
In prevenzione primaria, come è noto, l’attività fisica svolta regolarmente ha un impatto positivo sui principali fattori di rischio cardiovascolare modificabili: in particolare aumenta i livelli di C-HDL, la sensibilità all’insulina, la tolleranza cardiaca allo sforzo, la capacità funzionale e ventilatoria e, infine, crea e mantiene la sensazione di benessere. Inoltre, praticare regolarmente attività fisica riduce, tra l’altro, i livelli di C-LDL, l’iperglicemia e la trigliceridemia, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e la risposta tachicardica allo sforzo, nonché il grasso corporeo.

Anche in prevenzione secondaria, dopo la fase acuta di un evento cardiovascolare, praticare un’attività fisica controllata tende a riportare il paziente a uno stato di benessere e di normalità nella riabilitazione cardiovascolare). Non vi sono controindicazioni alla pratica dell’attività fisica, a patto che sia eseguita correttamente, con moderazione e con parere favorevole del medico curante, e che sia adeguata alla predisposizione e allea preferenze personali.

Diverse attività sportive ed esercizi prevedono lavoro muscolare differente in termini di durata e di coinvolgimento metabolico. Ricordiamo che esiste un’attività muscolare di tipo isotonico (per esempio la corsa, la bicicletta, il nuoto) e una di tipo isometrica (per esempio quando si sollevano pesi). Le due tipologie di attività muscolare prevedono due vie metaboliche differenti per la produzione di energia chimica necessaria per la contrazione muscolare. L’attività fisica consigliata è quella aerobica, di tipo isotonico, eseguita in modo costante e di entità moderata (p. es. camminata veloce, corsetta, nuoto, bicicletta per 20 – 30 min al giorno). In questo modo, l’organismo utilizza la fonte energetica degli acidi gassi, con un possibile effetto dimagrante (fondamentale rimane sempre una corretta ed equilibrata alimentazione soprattutto in chi pratica attività fisica!). Invece, un’attività fisica di intensità importante attiva vie metaboliche anaerobiche (raggiungimento della soglia anaerobica) e porta alla produzione di acido lattico, una situazione che (a meno che non vi sia una preparazione specifica) non predispone l’organismo a proseguire l’esercizio per un periodo prolungato (comparsa di iperventilazione e consumo di glicogeno e glucidi).

Molto spesso, il motivo addotto dal paziente per non praticare attività fisica è la mancanza di tempo. Ma possiamo senz’altro invitarlo a scoprire abitudini di vita che lo aiutino, nella vita quotidiana, a trovare uno spazio per l’attività fisica. Ad esempio, per quanto possibile, gli si può consigliare di evitare l’uso dell’ascensore e preferire l’utilizzo delle scale oppure recarsi sul posto di lavoro in bicicletta.

A tal proposito la letteratura è univoca. la National-Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) in base al livello del loro trasporto attivo (andare a scuola o al lavoro in bicicletta), quest’ultimo è risultato associato a più favorevoli profili di rischio cardiovascolare (minori circonferenza vita e BMI). (Furie GL, 2012)

Anche nei bambini valutati in uno studio danese, andare a scuola in bicicletta neutralizza un insieme di fattori di rischio cardiometabolico e deve, quindi, essere riconosciuto come potenziale strategia di prevenzione del diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Inoltre, analizzando i dati del Coronary Artery Risk Development in Young Adults Study (CARDIA) su 3.549 adulti per valutare gli effetti del trasporto attivo da casa ai servizi di quartiere (per esempio andare a piedi o in bicicletta al supermercato o al museo), è stato osservato che soltanto andare in bicicletta riduce il rischio cardiovascolare long-life. (Boone-Heinonen J, 2009) Di più, andare in bicicletta diminuisce in misura significativa lo spessore della parete arteriosa a livello delle femorali (effetto locale) e delle carotidi superficiali (effetto sistemico). (Thijssen DH, 2013)


Riferimenti
  • Furie GL, Desai MM. Am J Prev Med 2012;43(6):6218.
  • Østergaard L, Børrestad LAB, Tarp J et al. BMJ Open 2012;2:e001307.
  • de Hartog JJ et al. Environ Health Perspect 2010;118:1109–1116.
  • Boone-Heinonen J et al. Am J Prev Med 2009; 37(4): 285–292.
  • Thijssen DH et al. Atherosclerosis 2013;229(2):2826.