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Tutti uguali di fronte all’infarto. Ma per la donna c’è il rischio sottovalutazione

I primi risultati dello Studio Octavia sulle differenze di genere nell’angioplastica

27 Agosto Ago 2014 0000 11 years ago
  • Daniela Trabattoni
Di fronte all’infarto del miocardio, l’unica vera differenza tra i generi consiste in una sottovalutazione del rischio cardiovascolare che si osserva nella donna, che giunge spesso all’osservazione del medico più tardi dell’uomo. Per il resto, il genere non costituisce un elemento significativo: sono simili i meccanismi che scatenano la malattia, come pure la risposta alle terapie e alla rivascolarizzazione con angioplastica. Sono questi i primi risultati dello studio OCTAVIA (Optical Coherence Tomography Assessment of Gender diVersity In Primary Angioplasty), – condotto su 140 soggetti da 14 Centri in tutta Italia dalla Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), – il primo trial clinico a confrontare le differenze di genere di fronte nell’infarto.

Lo studio è partito dall’osservazione che l’infarto miocardico si presenta, nelle donne, in età più avanzata rispetto agli uomini, che le donne hanno vasi coronarici e periferici di calibro inferiore e che molto spesso le donne hanno più fattori di rischio cardiovascolare associati, – spiega Daniela Trabattoni, dell’Unità di Cardiologia Invasiva del Monzino, che ha partecipato allo studio. – Ma non sono state osservate differenze significative nella morfologia della placca coronarica e nei fattori infiammatori associati alla formazione del trombo coronarico nei due sessi. Analogamente, nelle donne i risultati procedurali dopo angioplastica coronarica per IMA sono risultati sovrapponibili a quelli degli uomini e non sono emerse differenze significative neppure alla valutazione clinica a distanza di 6 mesi”.

Per quanto riguarda la differenza riscontrata, – aggiunge Daniela Trabattoni, – non credo si tratti di mancanza di consapevolezza. Piuttosto, è documentato in letteratura che molto spesso i sintomi riferiti dalle donne sono valutati con minore accuratezza e attenzione dai medici e molto spesso imputati a stato ansioso della paziente. Ne deriva non di rado una presa in carico più tardiva e una minore prontezza a indirizzare verso test diagnostici di approfondimento. Al contrario, valutazioni diagnostiche specifiche e una maggiore attenzione ai sintomi riferiti dalla paziente possono consentire di intervenire in condizioni di stabilità clinica e prevenire eventi acuti e spesso molto gravi come l’infarto miocardico”.

Fonte: NIH Clinical Trial Vai alla scheda dello studio

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