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Montagna più sicura per i cuori fragili

Via libera, grazie ai nuovi strumenti di valutazione del rischio

12 Giugno Giu 2018 0000 3 months ago

Perché l’altitudine può rappresentare un pericolo per un “cuore fragile”? Lo spiega il professor Piergiuseppe Agostoni, coordinatore dell’Area di Cardiologia Critica del Centro Cardiologico Monzino, che ha in serbo buone notizie per i cardiopatici che amano l’alta quota:

All’aumentare della quota diminuisce la disponibilità di ossigeno presente nell’aria e, proprio per compensare questa mancanza, il corpo aumenta il lavoro cardiaco, respiratorio, e la pressione arteriosa. Ma non è tutto: in quota è limitata anche la capacità dell’organismo di utilizzare l’ossigeno. Ci si trova così ad avere, da un lato, meno ossigeno a disposizione, e dall’altro un’inferiore capacità di utilizzarlo.

Piergiuseppe Agostoni

Tutto questo genera alterazioni significative a livello cardiovascolare, fino a correre possibili rischi di infarto e ictus per gli individui già sofferenti. Se poi in quota si pratica sport, il rischio a cui ci si espone è ancora maggiore perché il fabbisogno di ossigeno dell’organismo aumenta. Per lungo tempo, di conseguenza, i cardiologi hanno sconsigliato la montagna a tutela dei pazienti, non potendo dare loro risposte più precise.

Non di rado succedeva che i pazienti stessi, sebbene non in condizioni particolarmente critiche, per paura rinunciassero alla montagna a priori, senza nemmeno chiedere al medico. Altri invece, troppo spesso, sono stati vittime di tragedie perché sono saliti in quota in modo del tutto inappropriato. Oggi nessuna di queste situazioni deve più verificarsi.

Abbiamo nuovi strumenti di valutazione del rischio individuale che ci permettono di stimare con precisione gli effetti dell’altitudine sul sistema cardiocircolatorio e prevedere gli eventuali rischi, garantendo così una "salita in sicurezza". Possiamo essere molto precisi nello stabilire non solo se una persona può raggiungere l’alta quota, ma anche quale tempo di acclimatamento deve rispettare, fino a quali altezze può spingersi, quali farmaci eventualmente deve assumere per stare meglio.

Ci sono dei consigli validi per tutti? Ogni caso è diverso dall’altro - chiarisce Agostoni - e deve essere valutato nella sua specificità.​ Due accorgimenti validi sempre però ci sono: sottoporsi a uno sforzo graduale e salire piano. In Italia la montagna è a portata di mano ed è facile raggiungere in poco tempo quote elevate. Basta pensare, per esempio, che da Milano in meno di tre ore si raggiungere il Piccolo Cervino, una delle stazioni più alte delle Alpi a circa 3.800 metri di altezza. A queste altitudini la quantità di ossigeno a disposizione è circa la metà di quella che abbiamo in pianura. Se una persona non è preparata, o non è stata adeguatamente valutata, può trovarsi nei guai, soprattutto se sosta in quota per un certo tempo.

Il Monzino ha un'area di ricerca orientata allo studio del comportamento dell’organismo in montagna, anche sotto sforzo e durante attività fisica. Ha partecipato a progetti scientifici internazionali sul Monte Rosa, sulle Ande e al campo base dell’Everest soggiornandoci per quattro settimane analizzando in particolare come cambia, in carenza di ossigeno, il modo di respirare e l’attività del sistema cardiovascolare.