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Stent o non stent? Nessun ragionevole dubbio, al momento

Uno studio recente avanza dubbi sull’efficacia della PCI in termini di resistenza allo sforzo in pazienti con angina stabile, ma il campione è troppo piccolo. Il Prof. Antonio Bartorelli avverte: bisogna andarci piano prima di trarre conclusioni affrettate.

7 Novembre Nov 2017 0000 16 days ago
Bartorelli

Un recente studio randomizzato pubblicato su Lancet, condotto presso l’Imperial College di Londra su 200 pazienti con angina stabile, stenosi coronarica media di 84,4% e FFR (fractional flow reserve) pari a 0.69, ha messo a confronto per la prima volta, in cieco, gli effetti di un intervento di angioplastica percutanea con un placebo, ovvero un finto intervento. Un totale di 105 pazienti sono stati assegnati a PCI e 95 alla procedura placebo. Stando ai risultati, i due approcci avrebbero avuto un’efficacia non dissimile, in termini di sintomi anginosi al test da sforzo sul tapis-roulant.

Tuttavia, il professor Antonio Bartorelli, coordinatore dell’Area di Cardiologia Interventistica del Monzino, – intervistato dal Corriere della Sera in occasione del Congresso mondiale di Cardiologia Interventistica a Denver (Colorado), dove lo studio è stato presentato, – precisa: “I colleghi presenti al congresso hanno accolto con molto scetticismo questo studio e per diversi motivi: innanzitutto è stato fatto soltanto su 200 pazienti”. Un campione troppo limitato per potere essere significativo e rendere lo studio applicabile sui pazienti.

Anche la durata del follow-up dopo sei settimane è abbastanza breve, – prosegue Bartorelli. – Per quanto riguarda il tempo di esercizio e i sintomi anginosi del paziente, anche se non è stata registrata una differenza statisticamente significativa tra i due gruppi, emerge però un trend favorevole ai pazienti sottoposti ad angioplastica. Quindi non possiamo sapere se, su un campione più ampio, lo studio avrebbe dato un risultato significativo nel gruppo trattato con angioplastica”.

In più, ed è un aspetto molto importante, “alla fine delle cure è stato misurato il miglioramento di flusso ematico nella coronaria: in quelli che avevano subito l’angioplastica, questo migliorava in maniera importante.

Altri studi hanno dimostrato che il miglioramento del flusso si associa al miglioramento dell’esito a distanza. Quindi prima di affermare, come ha fatto l’editoriale di commento dello studio su Lancet, che ‘è stato messo anche l’ultimo chiodo sulla bara dell’angioplastica’, bisogna andarci con molta calma.

Prof. Antonio Bartorelli