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Gli antidolorifici fanno male al cuore?

Agostoni

Una nuova ricerca dice sì. Il commento del Prof. Piergiuseppe Agostoni al Corriere della Sera

30 Settembre Set 2016 0000 2 months ago

Molti antidolorifici di uso comune come ibuprofene, naproxene, nimesulide, che milioni di persone assumono contro il dolore e le infiammazioni, potrebbero essere associati a un rischio per la salute del cuore, aumentando il rischio di scompenso cardiaco.

È la conclusione di uno studio internazionale coordinato dall’Università Bicocca di Milano e appena pubblicato sul British Medical Journal. La ricerca ha osservato quasi 10 milioni di persone (età media di 77 anni) che utilizzano analgesici in quattro Paesi europei: Gran Bretagna, Olanda, Italia e Germania, e ha osservato 92.163 ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco o insufficienza cardiaca. Risultato: il rischio di problemi cardiovascolari e di ricoveri ospedalieri correlati è aumentato fino al 19% nei pazienti che assumono abitualmente farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Ogni analgesico, inoltre, è associato a un rischio diverso ed è comunque direttamente proporzionale al dosaggio.

«Non è la pastiglia presa una volta ogni tanto per i dolori del ciclo mestruale o per il mal di testa che deve spaventare - rassicura il professor Piergiuseppe Agostoni, coordinatore dell’Area di Cardiologica critica del Monzino, intervistato dal Corriere della Sera.

È l’uso cronico e prolungato che fa male. Devono stare attente quindi quelle persone che vivono di antinfiammatori: chi prende una o due pastiglie al giorno ha un aumento di rischio sia della forma ischemica sia dello scompenso

Piergiuseppe Agostoni

Ma quali possono essere le alternative, soprattutto negli anziani che più spesso vanno incontro a dolori cronici? «Le persone più in là con l’età, che sono quelle che più spesso vanno incontro a dolori acuti - aggiunge il professor Agostoni - vanno trattate il più possibile con farmaci non di questa categoria. Si può pensare per esempio a piccole dosi di cortisone o ad alternative come la ionoforesi o altre terapie con il calore. Solo nei casi più seri dove non ci sono alternative valide vanno usati gli antinfiammatori non steroidei. Non sono da mettere all’indice, ma neppure vanno assunti troppo alla leggera. E anche i medici di base ci devono pensare, più del paziente stesso».

Per maggiori informazioni, leggi l'articolo su Corriere.it


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