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Studio dei miRNA per predire l’esito a distanza di un arresto cardiaco

È uno degli scenari possibili per adattare l'assistenza agli outcome attesi, ottimizzando le risorse per i pazienti.

11 Luglio Lug 2016 0000 5 months ago
  • Gualtiero Colombo
Colombo Single

Oltre la metà dei sopravvissuti iniziali a un arresto cardiaco, pur correttamente trattato in sede emodinamica, va incontro a irreversibili sequele neurologiche o a morte nel giro di poche settimane o mesi. Riuscire a predire l’evoluzione delle condizioni di un paziente che abbia subito un arresto cardiaco permetterebbe di ottimizzare l’assistenza medica e terapeutica, indirizzando ciascun paziente a trattamenti mirati e differenti in base al suo profilo.

La decisione se mantenere o no le terapie di sostegno vitale in pazienti con una prognosi neurologica presunta è importante e delicatissima, e deve poter contare su strumenti di prognosi accurati. Tuttavia, i metodi comunemente usati mancano di sensibilità. La ricerca è dunque orientata a mettere a punto strumenti affidabili in grado di aumentare l’accuratezza pronostica e di guidare le decisioni cliniche, per adattare l'assistenza sanitaria in base agli outcome attesi, ottimizzando le risorse per i pazienti con possibilità di sopravvivere.

A questo proposito, i miRNA, – piccole molecole di RNA non codificanti che regolano l'espressione genica, stabilmente presenti nel sangue, – sono stati identificati come potenziali strumenti innovativi per l'assistenza sanitaria personalizzata dei pazienti con malattie cardiovascolari, come l’infarto del miocardio.

Una recente indagine, pubblicata sulla rivista scientifica JAMA Cardiology,1 ha evidenziato che i livelli di microRNA “miR-124-3p” possono predire gli esiti neurologici e la sopravvivenza post arresto cardiaco. Confrontando i dati di 579 pazienti, lo studio ha dimostrato che chi aveva livelli più alti di questo microRNA ha avuto una prognosi peggiore rispetto a chi aveva livelli più bassi. Non solo, anche la minore sopravvivenza era correlata a livelli più elevati di questo microRNA.

Lo studio è interessante, perché apre la nuova prospettiva di poter prevedere il rischio di un esito infausto o con disabilità permanente dopo arresto cardiaco. Se si dimostrasse che questo microRNA è associato a un danno in questi pazienti, un trattamento antagonizzante mirato potrebbe avere effetti benefici. “Ma al momento, – avverte il Dr. Gualtiero Colombo, Responsabile dell’Unità di ricerca di Immunologia e Genomica Funzionale del Monzino, – occorre ancora cautela: il lavoro dei colleghi europei, è un sottostudio di una ricerca più ampia e non uno studio disegnato appositamente per dimostrare l’utilità prognostica di questo microRNA circolante in coorti di pazienti più ampie. Si tratta comunque di un filone di ricerca molto promettente”.

Il valore dei microRNA come biomarcatori, è attualmente oggetto di studi approfonditi da diversi gruppi di ricerca, compreso il nostro. Al Centro Cardiologico Monzino stiamo per esempio lavorando a un progetto innovativo che ci consentirà di riclassificare il rischio dei pazienti di sviluppare una malattia coronarica, in base a specifiche "firme" molecolari di microRNA e geni circolanti nel sangue

Dr. Gualtiero Colombo

Riferimenti

  1. Deveaux Y et al. Association of Circulating MicroRNA-124-3p Levels With Outcomes After Out-of-Hospital Cardiac Arrest. A Substudy of a Randomized Clinical TrialJAMA Cardiol. 2016;1(3):305-313. Vai allo studio